Storia di una violinista

La fine di un amore ovvero come Clara decise di uccidere Robert


Si consiglia di leggere il racconto ascoltando Requiem di R. Schumann


Brizzolato se ne sta seduto sul divano. Legge Moravia, mangia mele. Si mette la cravatta.

Mette sempre una cravatta di colore scuro. Come i divani di quel salotto immenso, con quella libreria incassata nel muro al cui ultimo ripiano si arriva con la scaletta, o con una sedia.


La scaletta è instabile. I morsi della mela, decisi, fastidiosi richiamano sempre la moglie; lei è bella, ma lui non se ne accorge più.

Ha biondi capelli ricci e un foulard sempre addosso, di colore acceso.

Lei mangia lamponi e suona il violino, struggenti sonate alla luna nuova.

Lui non la sopporta più questa luna nuova.

Ogni sera dopo cena lei si chiude in bagno per un'ora.

Lui si siede sul divano a mangiare mele e a leggere.

Lei si trucca, con cura, come una bambola, scuote i lunghi riccioli biondi, allunga le ciglia, mette il rossetto...poi esce dal bagno, si siede sul balcone e suona, suona fino alla mezzanotte.


A mezzanotte tace, passa accanto al marito, gli accarezza dolcemente i capelli, e se ne va, senza voltarsi indietro, si chiude in camera e lui non la vede più fino al mattino.


Lui si lascia accarezzare, indifferente, ringraziando la luna per non aver gradito quella sonata e averla fatta smettere.

È mezzanotte a Roma. Chiude il libro. Lo lascia cadere sul divano senza segno, ricomincia sempre dall'inizio ogni sera. Va verso il balcone e cala una corda.


Scende sul cornicione e sulla strada, corre nelle piazze, nel buio, supera Villa Borghese e scorge le luci accese di una casa, due carrozze giacciono attendendo i passeggeri davanti al portone, bussa e gli aprono. Entra e gli parlano. La sala è illuminata e decine di dame e cavalieri tengono il passo al ritmo di una musica troppo bella per essere dimenticata. Una sinfonia di Berlioz risuona nell 'aria...e quella casa, quel balcone, quel violino, quei riccioli biondi appaiono lontani, eterei, fugaci attimi di una vita solo sognata...


Robert comincia a danzare. Con una dama e con un 'altra, un'altra e un'altra ancora e le luci soffuse divorano i loro passi.


Una donna lo guarda con quello sguardo che lui ricerca sempre, che sa di amore struggente e non vissuto, lui la prende per mano e corre. Fuori dalla sala, sul terrazzo e in mezzo alla villa, sui sanpietrini e su quel ponte sul Tevere, e come ogni sera, e come ogni notte, la invita in un valzer, e Robert non le pesta certo i piedi come un ballerino inesperto, non le dice parole fragili e tremanti come un giovane innamorato, danza e basta, e poi le bacia la mano e fugge.


Corre per le strade, contro ogni ricordo meraviglioso, perché giovinezza non gli sfugga tra le mani…ogni sera partecipa ad un ballo diverso e danza. Ma non come il giorno prima.


Danza come nel 1300. Partecipa al banchetto e si traveste, si sveste, fugge e balla: i bagliori delle candele che danzano sul volto severo, la luce che comincia a sbiadire nei suoi occhi chiari ogni notte che esce, i sassi che rotolano sotto i cancelli di ferro battuto che si aprono, le ruote dei carri sulla strada maestra, le buche della corsa che interrompono il viaggio.


Danza con tutte le donne con le quali si può danzare nelle poche ore che compongono la notte. Ogni volta fa un inchino e fugge. Un sorriso e la parola “Amore" si perde nell’aria, mai pronunciata (d’altronde mica la si può dire dopo un solo ballo).


Ogni notte fugge... al suono di quel violino invidiato, alla paura d'essere ormai vecchio, solo e fallito... ascolta la musica d'altri, si perde negli occhi di altre donne, boicotta la pace, l'amore, la serenità costruita pur di rivivere la gloria d'una sinfonia che ormai non è più la sua...


E poi quella notte. Diversa da tutte.


Fuggendo vede l 'alba lontana farsi strada tra le stelle più basse e comincia a correre verso il suo balcone ma ecco, (è colpa della luce) qualcuno gli viene addosso e cadono.

Alza lo sguardo, stordito, e la vede. è lei. I suoi riccioli biondi, il suo rossetto rosso, e il suo violino.


Prende per mano la moglie e la ferma.

"Cosa fai?" dice Robert, "

"Corro"

"A letto, non ci vai?""

"Più tardi."


La prende per mano e fa un lieve inchino, la invita a ballare e lei accetta.

I loro respiri si confondono, le mani si intrecciano, è Schumann, con il suo Requiem, questa volta, a invadere il mondo. Dopo tanto tempo.


Lei gli sussurra all’orecchio parole d’amore, di nostalgia, di paura, parole in cui perdersi e ritrovarsi…parole che vengono da un tempo lontano in cui nella giovinezza non si poteva aver paura del domani, della vecchiaia, della perdita, dell’abitudine, del fallimento, della tremenda solitudine…Gli ricorda quanto ha amato il suo violino, le mele, le notti di luna piena e l'immensità dell'arte, della musica, della condivisione d'un silenzioso dolore soffocante, che provano solo coloro che vedono la bellezza d'un mondo destinato a marcire.


Così Robert la guarda.

"Amore mio.""

"Come mi hai chiamata?""

"Amore mio.""

"Ripetilo"

"Amore mio."

"Ancora""

"Amore mio..."


Robert la guarda. C'è un coltello nella sua mano destra, un sorriso sul volto e nella sinistra un addio pieno di quel silenzioso dolore soffocante.

Alla fine di tutto l'amore, quando rimane solo il silenzio.


"Amore mio..." le dice "...torniamo a casa?"

"Volevo aspettare."

"amore mio...non mi hai ancora ucciso..."

" volevo aspettare..." disse chiudendo gli occhi mentre la musica esplodeva, immensa,


"Cosa?"

"Che Schumann smettesse di suonare".



E poi fu un Addio.






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