Il Burattinaio

Aggiornamento: mag 2

Breve storia di un figlio amorevole

In un altro momento, in un mondo simile al nostro, in un’altra stagione,


C’era una volta un Burattinaio…

In realtà all’inizio c’era solo un ragazzino. Un ragazzino come tutti i ragazzini. 

Gli piaceva correre, giocare a palla, tirare sassolini alle finestre delle case abbandonate, suonare i campanelli e poi scappare, mangiare la marmellata, acchiappare le formiche e far imbarazzare le tartarughe fissandole a lungo finché non nascondevano la testa dentro al guscio (cosa, a dirla tutta, molto dolce).

Era quindi un bimbo come tanti bimbi. 

Viveva con i suoi genitori in una bellissima casa, sulla riva dell’oceano. La casa era circondata da un bosco di pini marittimi, e tutte le mattine lui e il padre uscivano per fare una lunga passeggiata. 

Fresco…e colori del mattino, e silenzio… un po’ di foschia, e poi l’oceano. 

Sua madre era una donna bellissima: i capelli rossi, lunghi, sfuggivano al vento mentre lei stava appoggiata, le mani sulla ringhiera di marmo del terrazzo e lo sguardo rivolto all’oceano… gli occhi blu, e la bocca come una susina matura sempre schiusa in un sorriso… malinconici i suoi gesti, leggere le sue risate.

Tornando, la sera, padre e figlio la sentivano sempre cantare: 

"Nell’oceano c’è una bambola abbandonata;

tra le onde impetuose una bimba l’ha lasciata

Sugli scogli poverina, lei piange addolorata;

ma un giorno, prima o poi io lo so verrà trovata…

Nell’oceano più profondo il suo sorriso è sepolto; 

una donna s’è fatta, dolce la forma del suo volto,

tante le sue parole che il vento ha raccolto; 

ora c’è solo una bambola che l’oceano le ha tolto.”


Tutti i giorni lei cantava all’oceano questa canzone, e tutti i giorni una piccola lacrima bagnata le scendeva sulla guancia, il bambino correndo gliela asciugava; rossi di capelli entrambi, si facevano carezzare dal vento e tutti e tre felici rientravano in casa. 

Ma un giorno, tornando a casa, padre e figlio non sentirono nessuna canzone sfiorargli le orecchie. Quando mancavano ormai pochi metri al balcone il padre cominciò a correre.

Dove sei?” gridava già da lontano,

Dove sei luce mia, dove sei?” gridava percorrendo le stanze della casa,

Dove sei vento mio dove sei?” gridava salendo le scale,

“Dove sei, amore mio, dove sei?” sussurrava ormai sfinito guardando l’oceano.

Nessuno rispondeva alle sue grida, il bimbo non capiva. 


Il padre prese un’ascia dentro casa e corse verso il bosco, cominciò ad abbattere un grosso pino, con forza.

Il nostro bimbo continuava a non capire ma non fece domande (non era il momento).

Ogni volta che il padre staccava un pezzo di legno dall’albero lui lo impilava in ordine sulla sabbia della spiaggia, vicino al bagnasciuga. Quando ebbero finito con l’albero cominciarono con la barca. Dopo tre giorni, avevano fatto un ottimo lavoro: una piccola vela, una tettoia per ripararsi dalla pioggia, e due remi. Vi salirono con un po’ di provviste, acqua, qualche coperta, una retina da pesca e la speranza di trovarla. 

E partirono.

All’inizio il padre remava con forza, il bimbo continuava a non capire. Se sua madre era in acqua certo trovarla sarebbe stato difficile, l’Oceano era così grande. 

Ma rispettoso non parlava e con pazienza stava seduto e aspettava. 

Passarono i giorni, passarono le settimane. Passò il tempo, tanto tempo… e il padre smise di remare.

Il nostro ragazzino non era più come gli altri ragazzini.


Eppure, cercava di parlare con il padre, di farlo sorridere, ma niente riusciva a scuoterlo da quel sonno in cui sembrava essere piombato. I suoi occhi erano spenti, nessuno più avrebbe potuto riaccenderli. 

Tuttavia, una mattina, mentre stava seduto a prua con le gambe in acqua, gli occhi del bimbo caddero sui due remi ormai inutili abbandonati in un angolo. Ebbe un’idea. Prese un coltellino e iniziò a lavorare. 

Gli occhi, i capelli (era piuttosto bravo) le braccia lisce, le gambe lunghe…la bocca come una susina schiusa in un riso leggero. Le mise addosso un pezzetto di tela, strappato dalla sua casacca, a far da vestito, prese due fili dalla rete da pesca e li legò alle braccia. 

Infine, sperando che andasse tutto bene, la mostrò al padre:


all’inizio non accadde niente, poi il bimbo tirò i fili e da lì ricominciarono i giorni. 

Il padre sorrise.

Muoveva la bambola come se fosse viva: costruiva storie, la faceva ridere, la faceva vivere. E il padre rinacque gioioso. 

Un giorno tornarono a terra.

Al nostro morbido sognatore non importa raccontarvi i dettagli del loro futuro. 

Sappiate solo che andò molto meglio.


Quando sbarcarono in un nuovo luogo, la loro vita ricominciò, e il nostro ragazzino, che non era per niente uguale a tutti gli altri ragazzini, diventò un famosissimo Burattinaio, conosciuto in tutto il mondo. 

Ma prima di mettere piede a terra, si girò verso l’oceano e lasciò andare alle onde il suo primo burattino dal riso leggero, con un piccolo gesto simile ad un addio.


Nell’oceano c’è una bambola abbandonata;

tra le onde impetuose una bimba l’ha lasciata

Sugli scogli poverina, lei piange addolorata; 

Ma un giorno, prima o poi io lo so verrà trovata…

Nell’oceano più profondo il suo sorriso è sepolto;

una donna s’è fatta, dolce la forma del suo volto,

tante le sue parole che il vento ha raccolto, 

ora c’è solo una bambola che l’oceano le ha tolto.”



Per leggere Il racconto sulla rubrica online del magazine online di Cultura e politica Totalità.it:


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